Le misteriose Janare della Costiera
Una leggenda della Costiera, profondamente legata al mondo femminile e a un luogo come Conca dei Marini, è proprio quella delle Janare.
Conca è il mio paese. Verrebbe da pensare, quindi, che io sia cresciuta ascoltando storie su di loro. In realtà, non è andata affatto così.
La prima volta che sentii nominare le Janare fu nei primi anni dell’università, quando il direttore del periodico “È Costiera”, per cui scrivevo, mi chiese di preparare un articolo sull’argomento, convinto che io, essendo di Conca, ne sapessi più di chiunque altro in redazione.
Caddi letteralmente dalle nuvole!
Pur essendo nata e cresciuta qui, nessuno me ne aveva mai parlato. Solo col tempo ho capito il perché: era un argomento scomodo, quasi un tabù. Non faceva piacere che il proprio paese fosse associato all’idea di “paese delle streghe”.
Per dovere di cronaca iniziai comunque a informarmi, ma non fu semplice.
Le fonti scritte erano praticamente inesistenti: come spesso accade per le credenze popolari, anche questa leggenda viveva soprattutto di racconti orali, di mezze frasi, di allusioni, di pettegolezzi tramandati nel tempo.
E poi eravamo negli anni Novanta: internet non offriva certo le possibilità di ricerca di oggi.
Chiesi in famiglia, poi tra conoscenti. Le risposte furono poche e frammentarie: racconti incompleti, versioni diverse da zona a zona del paese, e soprattutto una certa reticenza nel tornare su storie che molti avrebbero preferito dimenticare.
Con il tempo, però, questa chiusura è andata attenuandosi. Le leggende, si sa, hanno un loro fascino, e ciò che un tempo era motivo di imbarazzo è diventato anche un elemento di curiosità, persino di attrazione turistica. Oggi, infatti, diverse attività del territorio si ispirano al mito delle Janare, contribuendo a sfatare un tabù che per anni è rimasto radicato.
Negli anni ’90, invece, raccogliere testimonianze era tutt’altra cosa.
Eppure, tra i racconti che riuscii a mettere insieme, alcuni elementi ricorrevano con una certa costanza.
Si parlava di figure femminili intraviste sugli alberi d’ulivo o di presenze inquietanti nella notte.
Si raccontava che le Janare si radunassero in tre luoghi particolari di Conca, accomunati dalla presenza di un pianoro e di un grande albero secolare, non il celebre noce del mito beneventano, ma piuttosto un carrubo o un ulivo.
Lì, si diceva, compissero riti di cui oggi non si conosce più la natura.

All’origine di queste figure sembra esserci un legame con antichi culti pagani, più che con una dimensione apertamente malefica.
Anche nelle testimonianze raccolte, infatti, le Janare di Conca non appaiono come creature totalmente malvagie. Erano donne misteriose, talvolta temute, forse capaci di nuocere se prendevano di mira qualcuno, ma non necessariamente incarnazioni del male.
Di giorno, si diceva, erano donne comuni, indistinguibili dalle altre. Ed è proprio questa doppia natura ad alimentare la paura.
Uno dei racconti più ricorrenti narra che queste donne, spalmando sul corpo un unguento magico, riuscissero a volare e a percorrere grandi distanze. Potevano arrivare perfino in America, per raggiungere i mariti emigrati o imbarcati per lunghi periodi, oppure incontrare uomini di passaggio sulle barche dei pescatori.
Come tutte le streghe che si rispettino, poi, si riunivano sotto il famoso Noce di Benevento per i loro sabba, pronunciando una formula magica:
‘Nguente ‘nguente, manname a lu noci ‘e Beneviente, sott’ ‘ll’acque e sott’ ‘o viento, sott’ a ogne malentiempe
Mi fu raccontata anche una storia curiosa: un marito, insospettito dalle misteriose assenze notturne della moglie, decise di spiarla. La vide cospargersi il corpo con un unguento e volare via. La notte successiva, sostituì l’unguento con un altro composto. La donna, ripetendo il gesto, non volò, ma cadde rovinosamente, trovando la morte.
Un altro “cunto” narra invece di una Janara che, per dispetto, portò il marito in volo mentre dormiva fino al monte dell’Avvocata. L’uomo si risvegliò al mattino completamente spaesato, incapace di spiegarsi come fosse arrivato fin lassù.
Questi racconti, tramandati nel tempo, hanno contribuito a costruire la fama di Conca come “paese delle streghe”, soprattutto agli occhi degli abitanti dei paesi vicini.
Si diceva che bisognasse fare attenzione alle donne di Conca, perché capaci di incantare gli uomini. Un detto popolare recitava:
“A Conca gli uomini possono entrare, ma non uscire.”
Ai bambini, invece, quando non si comportavano bene, si diceva:
“Fate i bravi, sennò viene la Janara di Conca a prendervi!”
Secondo un’altra credenza, le Janare non potevano avere figli e, prima di morire, erano tormentate da dolori lancinanti finché non riuscivano a trasmettere i propri segreti a un’adepta.
La notte più importante per questo passaggio era quella di San Silvestro, considerata un momento particolarmente potente per la trasmissione di formule e rituali.
Origine del mito delle Janare
Il mito delle Janare non nasce in Costiera.
Il termine Janara, tipico della tradizione folkloristica dell’Italia meridionale (anche se ogni territorio conserva una propria versione della leggenda) identifica una figura femminile dotata di poteri simili a quelli delle streghe, ma più profondamente legata alla natura e ai suoi segreti.
Le storie più antiche provengono dal Sannio e, in particolare, da Benevento, dove queste figure appartengono da secoli all’immaginario popolare.
L’origine del nome è incerta, ma viene generalmente ricondotta a due possibili radici.
La prima è “Dianara”, ovvero seguace della dea Diana — per i Greci Artemide — sorella gemella di Apollo, dio della luce solare.
Diana era una divinità lunare, protettrice della caccia e della natura selvaggia, spesso raffigurata con una falce di luna sul capo. Le sue origini sono antichissime, precedenti persino alla cultura greca e romana: con nomi diversi era venerata come protettrice delle donne incinte, dei neonati e degli animali.
L’altra ipotesi fa risalire il termine a “ianua”, parola latina che significa “porta”. Secondo questa interpretazione, le Janare sarebbero state in grado di entrare nelle case passando sotto le porte, come il vento.

Se l’etimologia resta incerta, il significato simbolico appare invece più chiaro:
le Janare sembrano custodire la memoria di antichi culti pagani legati alla fertilità, ai cicli naturali, alla notte, alla luna e alle forze della terra.
Diana, infatti, era anche una dea legata alla natura e alla vita selvatica, oltre che figura simbolica di un femminile libero, indipendente e non sottomesso.
In questa prospettiva, le Janare appaiono come donne profondamente connesse alla natura: esperte di rimedi naturali, conoscitrici delle erbe — anche di quelle più potenti — e depositarie di saperi tramandati nel tempo.
È proprio questa lettura che emerge anche dalle testimonianze raccolte presso il Museo Janua di Benevento, dove la Janara non è raccontata solo come strega, ma anche come guaritrice, levatrice e custode di conoscenze femminili antiche, trasmesse oralmente di generazione in generazione.
Le cosiddette “Dianare” erano solite riunirsi nei boschi durante la notte per celebrare riti dedicati alla loro dea. Tra i momenti più importanti vi erano le celebrazioni dei Nemoralia (Festa del Fuoco), che si svolgevano tra il 13 e il 15 agosto presso il bosco sacro del lago di Nemi. In queste occasioni, donne con i capelli sciolti e adornate di ghirlande di fiori partecipavano a processioni notturne illuminate da fiaccole e torce.
Secondo alcuni studiosi, anche l’usanza, ancora oggi molto diffusa, di trascorrere il Ferragosto all’aperto, tra campagne e specchi d’acqua, potrebbe essere una lontana eredità di queste antiche celebrazioni pagane.
Il Noce di Benevento e il Sabba delle streghe!
Attorno al noce, albero maestoso e antico, si è sviluppato nel corso dei secoli, un immaginario denso di simboli, paure e mistero.
Già i Romani lo consideravano sacro a Giove: il suo stesso nome botanico, Juglans regia, deriva infatti da Jovis glans, ovvero “ghianda di Giove”.
Ma ancora prima, il noce era legato a divinità più arcaiche e ambivalenti come Diana e Bacco. Non è un caso che proprio sotto questi alberi, secondo la tradizione, le Baccanti danzassero in riti sfrenati e orgiastici, tra estasi e perdita di controllo. Il noce, dunque, nasce già immerso in una dimensione liminale: tra sacro e selvaggio, tra ordine e caos.
Anche il suo frutto contribuì ad alimentarne il valore simbolico. Le noci erano ritenute benefiche e potenti: afrodisiache per la loro somiglianza con gli organi maschili, curative per la mente perché il gheriglio ricorda un cervello umano. Una sorta di medicina naturale, letta attraverso analogie visive, secondo un sapere antico che univa osservazione e credenza.
Eppure, se il frutto era considerato prezioso, l’albero si guadagnò nel tempo una reputazione molto più oscura.
Le sue radici rilasciano una sostanza, la juglandina, capace di impedire la crescita delle altre piante intorno.
Per questo il noce appare spesso isolato, quasi respingesse ogni forma di vita vicina. Un dettaglio naturale che, però, nell’immaginario popolare si trasformò in segno di maledizione.
A rafforzare questa fama contribuì anche una credenza diffusa nel mondo cristiano: si diceva che proprio dal legno di noce fosse stata costruita la croce di Gesù Cristo. Da quel momento, l’albero venne associato a un destino oscuro, carico di dolore e morte.
Nelle campagne si svilupparono così numerose superstizioni: dormire sotto un noce avrebbe provocato forti emicranie; se le sue radici crescevano sotto una stalla, il bestiame si sarebbe ammalato o sarebbe morto. Il noce diventava, quindi, una presenza ambigua: rispettata, ma temuta.
Ma è nel racconto del celebre Noce di Benevento che questa aura si fa leggenda.
Si narra che proprio sotto quest’albero si radunassero le streghe — le famose janare — per celebrare i loro sabba. Prima di partire, si cospargevano il corpo con un unguento misterioso e pronunciavano formule segrete, per poi sollevarsi in volo, leggere come spiriti, sospinte dal vento e dalla tempesta. Il loro punto d’incontro era sempre lo stesso: il noce presso il fiume Sabato o Sabatus in latino (da qui, il termine Sabba), luogo di ritrovo di presenze invisibili provenienti da ogni dove.
Qui si consumavano riti proibiti, danze sfrenate, unioni demoniache, alla presenza del Diavolo, spesso raffigurato come un caprone.

Eppure, dietro questa narrazione inquietante, si nasconde probabilmente una spiegazione storica più concreta.
Nel VII secolo, quando Benevento era capitale di un ducato longobardo, i guerrieri germanici praticavano rituali pagani raccapriccianti in onore al loro dio Odino, nei pressi del fiume Sabato. Appendevano la pelle di un caprone a un noce e, galoppando attorno all’albero, cercavano di strapparne brandelli con le lance, per poi cibarsene. Un rito crudo, violento, incomprensibile agli occhi dei cristiani locali.
Quelle urla, quella furia, quel caos… furono facilmente reinterpretati come qualcosa di demoniaco. Così, ciò che era un rito pagano si trasformò, nella percezione collettiva, in un sabba di streghe.
Secondo la tradizione, fu il sacerdote Barbato (poi divenuto Santo e Patrono della città di Benevento) espresse più volte la sua avversione per quella pratica barbara e pagana. Così, quando nel 663 la città fu assediata dai Bizantini, promise al duca Romualdo I che gli invasori sarebbero arretrati grazie all’ intervento divino ma ad una condizione: il suo popolo avrebbe dovuto abbandonare il Paganesimo.
Quando i Bizantini miracolosamente si ritirarono fece abbattere subito il noce e costruire al suo posto una chiesa.
Ma le leggende, si sa, non muoiono così facilmente.
Nel Medioevo si tornò a parlare di streghe e di raduni notturni. Qualcuno giurò che l’albero fosse ricresciuto, per opera del Demonio. Ogni nuova testimonianza, ogni ritrovamento misterioso, come ossa rinvenute nei pressi di un noce, contribuiva ad alimentare il mito.
Ancora oggi, il noce di Benevento resta sospeso tra storia e immaginazione: simbolo di un passato in cui religione, paura e tradizioni popolari si intrecciavano fino a diventare racconto.
La paura e i rimedi contro le Janare
Sono molte le credenze popolari legate alle Janare.
Si raccontava che, amanti della libertà e di tutto ciò che è selvaggio, mal sopportassero il mondo contadino e domestico. Per questo motivo, si diceva che durante la notte si intrufolassero nelle stalle, scegliessero una giumenta e la cavalcassero fino all’alba.
Al mattino, la cavalla veniva ritrovata stremata, madida di sudore e con la criniera intrecciata in nodi fittissimi: segno evidente del loro passaggio.
Le Janare, secondo la tradizione, entravano anche nelle case, approfittando del silenzio della notte, per compiere dispetti o lanciare maledizioni, soprattutto contro i neonati, gli uomini infedeli o le donne rivali.
A loro veniva attribuito anche quel fenomeno che oggi chiamiamo paralisi del sonno: quella sensazione improvvisa di non riuscire a muoversi o respirare, come se qualcosa fosse seduto sul petto. Per la credenza popolare, era proprio la Janara.
Eppure, accanto alla paura, esistevano anche rimedi:
Tra i più diffusi vi era quello della scopa capovolta, meglio se di miglio, posta dietro la porta: la Janara, ossessionata dal contare i fili, si sarebbe fermata a farlo fino all’alba, quando la luce — sua acerrima nemica — l’avrebbe costretta a fuggire.
Lo stesso principio valeva per il sale: spargerlo a terra o lasciarlo in un sacchetto significava obbligarla a contare ogni singolo granello, facendole perdere tempo fino al sorgere del sole.
Accanto a questi gesti, si affiancavano pratiche più legate alla religione: invocare la Madonna, recitare il Vangelo, segnarsi con la croce. È proprio qui che si coglie uno degli aspetti più interessanti di queste credenze: la fusione tra fede cristiana e superstizioni antiche.
Per molto tempo, questi racconti sulle Janare sono stati diffusi e radicati in maniera sorprendentemente simile anche in territori lontani tra loro, con variazioni minime nei dettagli.
Ciò che emerge, osservando queste storie, è una doppia narrazione.
Da un lato, le Janare erano considerate figure dotate di conoscenze profonde: donne esperte di erbe, capaci di guarire, depositarie di saperi antichi e misteriosi.
Dall’altro, venivano viste come esseri pericolosi: donne isolate, spesso descritte come vecchie, brutte, aggressive, da temere ed emarginare.
Questa ambivalenza non è casuale.
Riflette, in fondo, il destino di molte donne nella storia: figure temute quando non si conformavano, quando erano indipendenti, quando possedevano conoscenze non controllabili. Donne “scomode”, trasformate in capri espiatori per spiegare ciò che non si riusciva a comprendere.
È in questo contesto che si inserisce anche quel fenomeno oscurantista e misogino della “caccia alle streghe!“
Contrariamente a quanto si pensa comunemente, questa lunga stagione non appartiene al Medioevo ma si sviluppò tra il XV e il XVII secolo. In Europa, decine di migliaia di persone — in gran parte donne — furono accusate di stregoneria, torturate e condannate al rogo. Le stime parlano di circa 40.000-60.000 vittime.
In Italia il fenomeno fu meno esteso rispetto ad altre aree europee, ma comunque significativo.
Proprio in questo clima si colloca la figura di San Bernardino da Siena, grande predicatore e feroce oppositore delle pratiche ritenute magiche o superstiziose. Secondo la tradizione, nel 1440 passò anche per l’area di Benevento, in particolare ad Altavilla, dove si riteneva ci fosse il famoso noce e gli abitanti gli chiesero protezione dalle Janare. La sua risposta — “Altavilla tremerà, ma non cadrà” — divenne parte del racconto popolare.

Fu proprio in questo periodo che il termine “Janara” iniziò ad essere sempre più associato a quello di strega!
Alcune confessioni estorte durante processi per stregoneria contribuirono ad alimentare ulteriormente il mito del noce di Benevento. Alcune donne accusate (come Mariana di San Sisto, la medichessa Bellezza Orsini, l’ottantenne Faustina Orsi…) dichiararono, sotto tortura, di aver partecipato a raduni notturni sotto il noce, descrivendo sabba, formule e incontri con il demonio. Racconti che, più che testimonianze reali, riflettevano le paure e le aspettative di chi interrogava.
E’ passato tanto tempo da quelle pagine buie della nostra storia ma rimangono comunque gli echi distorti e confusi di queste figure complesse, sospese tra natura e mistero: un intreccio di magia, folklore, paura e conoscenza.
Inoltre, da quel momento in poi, termini come janara, strega, fattucchiera e magiara iniziarono a sovrapporsi, mischiarsi, confondersi, dimenticando origini e significati differenti.
Le Streghe, la cui parola deriva, probabilmente, dal greco strigx o strix, che vuol dire civetta (uccello sacro alla dea Atena e simbolo della saggezza e della conoscenza) che poi si identifica con una figura femminile orrifica, associata ai rapaci notturni (Ovidio nei Fasti, VI, 101 – 130).
Dal medioevo, è identificata come una discepola del diavolo, da cui traeva i poteri soprannaturali e malevoli.
La “Fattucchiera” è una figura più popolare, radicata nella cultura rurale e contadina. Il suo nome deriva da “fattura” cioè incantesimo, infatti, la sua peculiarità è praticare fatture, rituali magici di diversa entità (ad esempio la fattura di morte oppure quella d’amore, che viene lanciata per far innamorare qualcuno Un’usanza molto temuta dagli uomini: per legare a sé la persona amata, la donna, sotto la guida di una strega, metteva alcune gocce di sangue mestruale in una bevanda, ecc…)
Le fattucchiere, i tempi più recenti, hanno preso per così dire il posto d’onore e ancora ai giorni nostri praticano i loro riti, mischiandoli con la religione e a vecchie credenze popolari difficili da sradicare.
Un esempio di questa mescolanza tra paganesimo e religione, tra fede cristiana e credenze arcaiche è il “Malocchio”, un maleficio che può essere gettato per invidia da chiunque su qualcun altro e che procura a chi lo riceve dolorosi e ricorrenti mal di testa, oppure effetti ancora più gravi se l’autrice del malocchio è stata una fattucchiera (“Uocchi, contruocchi schiatam ‘a mira e crepame l’uocchi”).
Le Guaritrici, invece, sono donne (ma posso essere anche uomini) che con l’utilizzo di unguenti a base di erbe e con delle parole “‘ncarmano” il male, termine in dialetto usato per descrivere l’azione di togliere l’infiammazione o la causa del male attraverso a delle preghiere specifiche o formule misteriose.
Questo “dono” di guarire che si pratica assolutamente senza scopo di lucro (altrimenti perderebbe di efficacia), la guaritrice lo può trasmettere in segreto solo a persone fidate e degne, spesso familiari, per non essere perduto.
La figura dei “guaritori” fa parte della tradizione popolare, specialmente nelle zone montane o piccoli villaggi, dove in passato, non era facile curarsi o trovare un medico, per questo ci si affidava a persone che conoscevano antiche pratiche di guarigione tramandate oralmente di generazione in generazione.
I guaritori intervenivano (ci sono persone che lo fanno tutt’oggi, molto apprezzate e benvolute) su malanni specifici, spesso di origine psicosomatica o infiammatoria, come il “fuoco di Sant’Antonio”, la “storta” (storte), scottature, colpi d’aria o malocchio.
Insomma, un mondo difficile da definire, sospeso tra credenza e realtà, tra scetticismo e fede.
Ma che continua, in qualche modo, a vivere.
Chi erano davvero le Janare di Conca?

Mi sono spesso chiesta perché proprio Conca dei Marini sia stata identificata come luogo delle Janare.
(E, a dire il vero, in tempi più recenti, si racconta della loro presenza anche in zone vicine come Furore e Praiano, o nell’entroterra tra Tramonti e Lettere…)
La risposta che mi sono data anni fa, quando scrissi il mio primo articolo sull’argomento, continua ancora oggi a sembrarmi una delle più plausibili.
Conca dei Marini è un piccolo borgo affacciato sul mare, con una vocazione marinara profondamente radicata. Per secoli — e fino a tempi relativamente recenti — gli uomini hanno vissuto lontani da casa per lunghi periodi.
Si racconta che gran parte degli equipaggi della Repubblica Marinara di Amalfi provenisse proprio da qui, e ancora fino agli anni Ottanta molti giovani sceglievano la carriera di marittimi.
Questo significa una cosa molto semplice: a Conca restavano le donne.
Donne sole, che mandavano avanti la casa, la famiglia, i campi.
Donne inserite in una comunità piccola, dove ogni comportamento era osservato e difficilmente si poteva uscire dai ruoli imposti.
Donne sospese tra la quotidianità e l’attesa: di una nave, di una notizia…
In un contesto del genere, fatto di assenze e silenzi, era facile che nascessero voci, sospetti, racconti.
E se a questo si aggiunge il continuo contatto con culture diverse, portate dal mare, dai commerci, dai viaggi, non è difficile immaginare come alcune figure femminili abbiano finito per caricarsi di un’aura misteriosa.
A Conca, così, la leggenda delle Janare assume una sfumatura tutta particolare.
Si intreccia con il mare, con la solitudine, con l’attesa.Le Janare diventano il riflesso di quelle donne rimaste a terra mentre gli uomini navigavano lontano: donne osservate, giudicate, raccontate.
E forse è proprio qui il punto.
Perché, se si guarda oltre il racconto, viene spontaneo chiedersi:
chi erano davvero queste Janare?
Forse non erano creature notturne, non volavano davvero nei cieli o tra le onde.
Forse erano semplicemente donne diverse, libere dai pregiudizi!
Donne che vivevano ai margini delle regole che, in un mondo dominato dagli uomini, possedevano un sapere che faceva paura.
In fondo, il destino delle Janare somiglia molto a quello di altre figure femminili del mito.
Anche le Sirene, ad esempio, nascono come figure sacre, legate al sapere e alla natura, per poi trasformarsi, nel tempo, in creature seduttrici, pericolose, quasi maledette.
Cambia la forma, cambia il racconto, ma il meccanismo resta lo stesso:
una figura femminile complessa, potente, difficile da controllare… che viene reinterpretata, temuta, deformata.
Forse è proprio questo che le Janare continuano a raccontarci.
Che dietro ogni leggenda non c’è solo fantasia, ma la memoria profonda di una comunità.
Soprattutto, la memoria delle sue donne.