La prima leggenda che ho scelto di raccontare, profondamente legata al mondo femminile e da sempre radicata lungo queste coste, non poteva che essere quella delle Sirene.
Una presenza mitica che sembra dialogare naturalmente anche con l’identità e lo spirito di questo blog (ho voluto render loro omaggio anche nel logo stesso, scegliendo un’immagine ispirata alla loro iconografia più moderna, per una semplice scelta stilistica).
Se questo spazio nasce per raccontare la Costiera Amalfitana al femminile, recuperare il mito delle Sirene omeriche significa tornare a un’immagine più antica e arcaica del femminile mediterraneo.
Significa restituire complessità alle sue figure simboliche, liberarle da letture riduttive e riportarle alla loro origine più potente.
Intorno a queste figure mitologiche si sono intrecciate da sempre molte versioni controverse e affascinanti, che hanno contribuito a rendere il loro “mito ancora più mitico“!
In questo articolo ho cercato di riassumere, nel modo più esaustivo possibile, le numerose storie legate alle Sirene del Golfo di Salerno: non solo per ricordarne le origini, ma soprattutto perché esse simboleggiano da sempre la natura femminile e il modo in cui questa è stata percepita nei secoli.
Le Sirene sono il primo volto femminile attribuito a queste coste: prima delle regine, delle viaggiatrici, delle sante e delle scrittrici, furono loro ad abitare l’immaginario di questo mare…
Prima della coda: quando le Sirene avevano le ali…
Le Sirene della Grecia arcaica non erano le classiche donne con coda di pesce dell’immaginario moderno. Erano donne‑uccello: volto e busto di fanciulla, ali spiegate e artigli da rapace. Non abitavano gli abissi, ma scogli e promontori, luoghi sospesi tra cielo e mare.

Questo dettaglio cambia profondamente il loro significato!
La particolare forma “ornitomorfa” è dovuta al fatto che per i greci il canto delle sirene non era un richiamo di matrice erotica, bensì fonte di sapienza e conoscenza.
L’uccello, nel simbolismo antico, è legato all’anima, al passaggio, alla conoscenza. È una creatura che attraversa i confini.
Le Sirene, nella loro forma originaria, non sono semplicemente seduttrici: sono esseri liminali.
Le Sirene erano dunque, figure divine, sapienziali e per tale motivo avevano quindi le fattezze di creature del cielo.
Nell’Odissea di Omero, le Sirene promettono a Ulisse non piacere, ma conoscenza: sapere tutto ciò che accade sulla terra. Il loro canto è un richiamo intellettuale prima ancora che sensuale.
La trasformazione in donne‑pesce avviene più tardi, in epoca tardoantica e medievale.
E qui il significato muta.
La donna‑pesce è interamente legata all’acqua, alla profondità, alla sensualità.
Nel Medioevo cristiano diventa simbolo della tentazione e del peccato. L’accento si sposta dalla conoscenza al corpo.
Non è solo un cambiamento iconografico o estetico: è il riflesso di un mutamento nella visione della donna nella storia.
La Sirena greca incarna un femminile sapiente, potente nella voce e nella parola.
La Sirena medievale incarna un femminile seduttivo, pericoloso nel desiderio.
Le ali diventano coda.
La sapienza diventa tentazione.
La soglia tra cielo e mare si restringe agli abissi.
La Sirena greca, donna‑uccello, è creatura del cielo e della sapienza;
La Sirena medievale, donna‑pesce, diventa simbolo della tentazione.
Il mito cambia forma, ma continua a interrogare il potere del femminile.
Dove vivevano le Sirene?
Come ho già anticipato, non sembra esserci alcun dubbio sul fatto che le famose sirene descritte da Omero nell’Odissea abitassero nel Golfo di Salerno, nel mare e sugli isolotti tra Capri e Positano (che, in lontananza, ho la fortuna di ammirare ogni giorno da casa mia) e forse non è un caso che la loro dimora sia stata proprio qui: un territorio sospeso tra roccia e cielo, tra luce e profondità, tra storia e leggenda.
Precisamente, si tratterebbe degli scogli delle Sirenuse (che deriverebbe da nomi greci più antichi come Seirenes, Sirenai o Sirenussai), note anche con il nome Li Galli, un piccolo arcipelago al largo di Positano formato da tre isolotti: il Gallo Lungo, la Rotonda e Castelluccio.
(Il Gallo Lungo è la più grande delle tre isole ed è l’unica ad essere stata abitata fin dai tempi dei Romani (come si deduce dai resti ritrovati di una villa di tipo marittimo, con la domus, lo xystus e il quartiere marittimo): ha una forma allungata (a forma di delfino, il mio animale preferito!)
A ovest di Gallo Lungo si trovano due piccoli scogli “La Rotonda” e la cosiddetta “Isola dei Briganti”, anche se più comunemente l’isola compare nelle fonti letterarie con il nome di Castelluccio (o talvolta La Castelluccia).
Circa il nome Li Galli, risulta che nel 1131 le tre isolette erano chiamate “Guallo” e nel 1225 Federico II di Svevia le donò al monastero di Positano denominandole “tres Sirenas quae dicitur Gallus”, forse allusione alla forma ibrida di donne-uccello delle sirene di matrice greca.
Oggi l’arcipelago fa parte dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella.

La testimonianza storico‑geografica più importante sulla collocazione delle isole delle Sirene, ci è giunta dal geografo e storico greco Strabone (I secolo a.C.), che nella sua opera “Geografia” scrive:
“[…] a chi supera il promontorio si presentano alcune isolette deserte e rocciose che si chiamano Sirene…”.
Già dal solo nome delle isolette sembrerebbe evidente che fossero considerate il rifugio delle creature incantatrici. A conferma della fama di luogo temuto dai naviganti, nei fondali circostanti sono stati ritrovati numerosi reperti archeologici di navi naufragate sugli scogli.
Il piccolo arcipelago, con il profilo basso e mutevole a seconda dell’angolo di osservazione, era infatti molto pericoloso per le navi antiche, sia a remi sia a vela, a causa di un particolare gioco di correnti, specialmente con il vento forte che formavano vortici insidiosi attorno agli isolotti.
Gli scogli non sono stati menzionati soltanto da Omero, ma anche da Virgilio, che nell’Eneide allude:
“(…) agli scogli delle Sirene, un tempo rischiosi e biancheggianti per le molte ossa”.
Un’altra versione, sposta di poco la dimora delle sirene e la loro storia: secondo questa storia, le sirene abitavano le alture di Punta Campanella, l’antico Promontorium Minervae che divide il Golfo di Napoli da quello di Salerno. Qui si racconta che Ulisse fece erigere un tempio in onore di Atena (i resti sono ancora visibili oggi) dopo lo scampato pericolo dalle sirene. Per il dispiacere, le creature si gettarono in mare e si trasformarono negli scogli delle Sirenuse.
D’altra parte, l’intera Penisola Sorrentina è detta “Terra delle Sirene”, e gli abitanti di Sorrento sostengono che il nome della loro città derivi, secondo un’etimologia popolare, dalla parola Sirenide, forse anticamente usata per denominare la zona.
(Esiste poi un racconto popolare che “romanticizza” ulteriormente l’origine del nome Sorrento, attribuendolo a una fanciulla di nome Sirentum, figlia di Mirone, un contadino che viveva nella zona collinare di Casarlano, e di una sirena chiamata Leucosia. Sirentum era di straordinaria bellezza e dal carattere dolce e generoso. Anche Partenope, considerata la più grande delle tre Sirene, ne lodò la bellezza, profetizzando un futuro da regina.
Sirentum andò infatti in sposa a un principe della nobile famiglia dei Durazzo. La coppia visse felice e viaggiò molto, ma un giorno del 1558 Sorrento fu invasa dai Saraceni, che razziarono la città e rapirono la principessa. La popolazione si mobilitò e, dopo averla liberata, decise di dedicare alla loro amata il nome della città).
L’origine delle Sirene
L’origine delle Sirene, come ogni mito greco, è affascinante, con diverse versioni molto fantasiose.
Le Sirene, prima di divenire delle temibili creature, erano delle semplici fanciulle, figlie quasi sicuramente del dio fluviale Acheloo e di madre un po’ più incerta: alcuni la identificano in Mnemosine, altri invece in Melpomene, la musa della tragedia, altri ancora ancora nella musa della danza, Tersicore. C’è anche chi la identifica in Calliope o, ancora, in Sterope, lontana discendente di Zeus.
Altri testi le vogliono generate da alcune gocce di sangue di Acheloo o del suo corno spezzato da Ercole (che poi, ornato di fiori e frutta da una ninfa, divenne la famosa cornucopia, simbolo dell’abbondanza).
Le giovani Sirene erano ninfe, le compagne di giochi di Persefone, figlia di Demetra (Dea dell’agricoltura, della terra e della civiltà) e di Zeus.

La storia narra che, Persefone mentre stava raccogliendo fiori con le sue compagne nella piana di Enna (o piana di Pergusa) in Sicilia, all’improvviso la terra si aprì e Ade, Dio degli inferi, emerse con il suo carro per rapire Persefone e portarla negli inferi e farla sua sposa.
- La madre Demetra inferocita incolpò le giovani ninfe di non aver fatto nulla per evitare il ratto della figlia, e le maledisse, trasformandole in creature terribili, condannate ad incantare gli uomini ma senza ricevere amore.
Un potere irresistibile fin quando anche un solo uomo sarebbe riuscito a resistere al loro incanto. Quell’unico fallimento le avrebbe condannate a morire per la vergogna.
- Ovidio nelle Metamorfosi (libro V), invece, scrive che le sirene chiesero esse stesse a Zeus di essere trasformate in uccelli per poter meglio cercare la perduta amica Persefone in ogni dove: “acilesque Deos habuistis et artus / Vidistis vestros subitis flavescere pennis” (aveste condiscendenti gli Dei, e vedeste le membra vostre biondeggiar di penne).
- Un’altra versione, invece, racconta che le Sirene sono trasformate dalle Muse, come pegno di aver perso con loro una gara di canto.
- Un’altra storia ancora, le vede punite da Afrodite, che le trasforma sempre per metà donna e metà uccello, per la loro scelta di allontanarsi dai piaceri carnali e le esilia sull’isola di Antemoessa (che significa fiorita), corrispondente probabilmente a Capri.
Nel corso del loro lungo volo si vuole che esse si siano fermate a Capo Peloro in Sicilia, per poi raggiungere l’isola di Capri e definitamente stanziarsi sugli scogli delle Sirenuse (dette anche “Li Galli” probabilmente perché le sirene avevano appunto sembianze di uccelli). Lo stesso itinerario che fecero più di 3000 anni fa i Teleboi, i primi colonizzatori di Capri, provenienti dall’Acarnania, terra dove scorre il fiume Acheloo…
Sembra che tutto torni!
La Leggenda di Ulisse e delle sirene ammaliatrici
«(…) A guardar giù, al golfo di Salerno, a sud-est, in un giorno turchino, a veder la scura costa del tutto rocciosa, le chiare rocce montane, torna in mente Ulisse, ed è come ricuperare un perduto sé, mediterraneo, anteriore a noi (…)» (David Herbert Lawrence, 1920)
La storia di Odisseo (Ulisse) e delle sirene ammaliatrici la conosciamo tutti, essendo uno dei versi dell’Odissea più famoso e raccontato nei suoi millenni di storia.
Ma chi erano precisamente queste Sirene?
Omero nell’Odissea non parla molto di queste creature, rafforzando il loro mistero, ne indica solo due, senza nominarle o descriverle, ma la storia ha tramandato che le sirene incantatrici di Ulisse fossero tre sorelle: Parthenope (la vergine), Leucosia (la bianca) e Lige(i)a (dalla voce chiara) ma come hanno scritto autori successivi, probabile che le Sirene fossero più numerose…
Nell’approfondimento sulle Sirene e la loro storia parlerò anche di Molpé (o Molpha) anch’essa legata a queste coste e alla città di Amalfi!
Le SIRENE erano esseri temibili e inquietanti, dal canto ammaliante e traditore, fatale per qualsiasi equipaggio passasse vicino alle loro isole.
Proprio per questo, la maga Circe mise in guardia Ulisse, che avrebbe dovuto attraversare la loro dimora, dicendogli di proteggere lui e i suoi compagni dal loro canto.
Così l’arguto Ulisse escogitò un espediente grazie al quale riuscì a sfuggire alle Sirene. Turò le orecchie dei compagni con della cera e si fece legare all’albero maestro della nave, perché Ulisse come noto, aveva un’inestinguibile curiosità di sapere e voleva assolutamente verificare di persona, la forza incontrollabile di questi spaventosi esseri, che irretivano gli uomini fino a portarli alla morte!
Come detto, i marinai non erano attirati dalle sirene per i melodiosi canti, ma perché queste dichiaravano di sapere molte cose… Gli uomini quindi si infrangevano con le navi sugli scogli per la smania del sapere, per l’invito alla conoscenza “onnisciente”!
Ulisse racconta: “Così cantavano modulando la voce bellissima, e allora il mio cuore voleva sentire, e imponevo ai compagni di sciogliermi, coi sopraccigli accennando; ma essi a corpo perduto remavano. E subito alzandosi Perimede ed Euriloco nuovi nodi legavano e ancora più mi stringevano”.
Le parole melodiose delle Sirene:
“Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,
e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.
Nessuno è mai passato di qui con la nera nave
senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele,
ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose.“
Ulisse, legato all’albero maestro, non seguì le promesse delle Sirene e la nave proseguì nel suo viaggio...
Qui, finisce la storia delle Sirene nell’Odissea, in quanto Omero non ci racconta più nulla sul loro conto.
Un’altra versione del mito, raccontata nelle Argonautiche di Apollonio Rodio ( III secolo a.C.) e ripresa dal poeta ellenistico Licofrone, ci raccontano invece del loro triste destino. Per creature il cui potere risiedeva proprio nella voce, quella sconfitta fu insopportabile. Distrutte dal dolore, le tanto temute Sirene si suicidarono gettandosi da un’alta rupe nel mare (Katapontismos).
Le correnti del Mar Tirreno dispersero allora i loro corpi verso diverse coste.
Le loro spoglie, trasportate dalla corrente, si dissolsero al contatto con il suolo, ma i popoli rivieraschi le onorarono erigendo un cenotafio.
Il corpo di Partenope approdò sull’isolotto di Megaride (oggi c’è Castel Dell’Ovo) dove fu fondata in suo onore, Palepolis, il primo nucleo della città di Napoli.
Ligeia, fu invece trasportata fino alle coste tirreniche della Calabria, nella zona del Golfo di Lamezia, nei pressi dell’antica città magno-greca di Terina.
Il corpo di Leucosia emerse nelle acque del Golfo di Poseidonia, l’odierna Paestum, dando il nome al piccolo isolotto che ancora oggi conosciamo come Punta Licosa.
Accanto a queste tre figure più note, alcune tradizioni ricordano anche una quarta Sirena, Molpé, il cui nome significa semplicemente canto. Il suo ricordo è stato accostato all’antica città di Molpa, nei pressi di Capo Palinuro, e da qui nasce una suggestiva ipotesi che la collega, almeno indirettamente, anche alla storia di Amalfi.

Nei luoghi in cui il mare restituì i loro corpi, le popolazioni di origine greca conservarono a lungo la memoria delle Sirene, arrivando in alcuni casi a venerarle come divinità protettrici del territorio e del mare.
Ed è proprio da questi luoghi — Napoli, Punta Licosa, Palinuro e le coste di Terina — che prende avvio il viaggio nei racconti dedicati a ciascuna di loro.
Così, tra mito e memoria, il canto delle Sirene non si è mai davvero spento. Ancora oggi vive nei nomi dei luoghi, nei racconti tramandati dalle genti di mare e nelle storie che queste coste continuano a custodire.