La sirena Ligea o Ligeia (in greco antico Λιγεία, Lighèia) era la più giovane delle sue sorelle Parthenope e Leucosia, e veniva chiamata “la melodiosa“ o “dal suono penetrante” perché il suo canto era il più soave mai sentito sulla terra, e tutti coloro che avevano avuto modo di ascoltarla ne erano affascinati.
Si narra che Ligea, dopo l’onta subita da Ulisse, vedendo Partenope lanciarsi giù da una rupe e Leucosia scomparire nelle profondità del mare, ormai sola e disperata, si tuffò a sua volta in una terribile tempesta marina, lasciandosi trasportare dalle onde, che la portarono alla deriva molto più lontano delle sorelle, fino in Calabria, nel Golfo di Sant’Eufemia (un’altra tesi, sostiene che anche il corpo della sirena Ligea, sarebbe rimasto nelle vicinanze delle Sirenuse e precisamente, le onde avrebbero spinto il corpo sulle rocce di Punta Campanella ed è proprio per questo motivo che si sarebbe chiamata anche Punta Ligera).
Ma a confutare la prima tesi c’è proprio il racconto di Apollonio Rodio, vissuto nel III secolo a. C., che in “Le Argonautiche” descrive il triste destino delle tre Sirene.
Di Ligea scrive:
“Tu, viandante, se vorrai conoscere il percorso della sirena Ligea che sarà spinta dai flutti a Terina…I Faleri la seppelliranno nelle arene del lido contiguo ai vortici dell’Ocinaro dove era anche il sepolcro del Marte dalle corna di bue, dovrai attraversare la Via Traiana, raggiungere Terina dal Golfo Terineo o Lametino…”.
Qui, trovata da alcuni marinai sulla riva dell’Okinaros, l’attuale fiume Bagni, fu sepolta sulla piccola isola ghiaiosa, ed eletta come loro protettrice. In suo onore fu eretto un tempio votivo e, da allora, fu grande la venerazione per la sfortunata sirena, a cui dedicarono un particolare culto religioso.
La sua immagine è raffigurata sulle bellissime monete ritrovate tra i reperti archeologici degli scavi dell’antica città di Terina, attualmente vicino Sant’Eufemia Vetere di Lamezia Terme. Ella è raffigurata con un busto di donna, le braccia nude e il corpo di uccello con coda e ampie ali. Seduta su un cippo mentre gioca con una palla, oppure mentre riempie un’anfora con l’acqua che sgorga dalla bocca di un leone, quindi unita in modo indissolubile al territorio.


Ligea compare spesso anche in statue isolate e in rilievi a ornamento di tombe, in genere mentre suona la cetra, oppure in vasi dipinti, mosaici, pitture e sarcofagi romani.
La sirena tanto venerata avrebbe rappresentato la personificazione stessa della città di Terina e, secondo la leggenda, il nume d’acqua dalla fronte cornuta del fiume Ocinaro, con le sue acque avrebbe bagnato il suo sepolcro, tergendo il busto dell’alata fanciulla marina.
Dove il mare unisce: da Ligeia alla Struncatura
Le stesse coste che hanno accolto le spoglie della sirena Ligeia, trasformandola in presenza viva, in memoria, quasi in divinità protettrice, secoli dopo accolgono un altro tipo di approdo.
Nell’Ottocento, la Piana di Gioia Tauro diventa uno dei principali centri commerciali del Meridione.
È qui che arrivano numerosi commercianti della Costiera Amalfitana, attratti dalle possibilità offerte da questo territorio.
Il primo nome che emerge dai registri storici c’è proprio quello di un mio compaesano: Pietro Gambardella di Conca dei Marini, morto a Gioia Tauro nel 1807. A lui si affiancano, negli anni successivi, Antonio Pisani di Atrani (†1811), Francesco Gambardella (†1839), Angela Gargano (†1840) e Giuseppa Proto (†1841) e tanti altri.
Già alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento, gli amalfitani costituivano una vera e propria comunità radicata nel territorio.
A raccontarlo con precisione è lo storico di Gioia Tauro Vittorio Savoia, che descrive come questi commercianti abbiano contribuito a trasformare la città in un importante centro di scambio, soprattutto nel commercio alimentare e, in particolare, della pasta.
Insieme a loro non arrivano solo merci, ma abitudini, saperi, gesti quotidiani e gusti alimentari.
Arriva così anche una pasta povera, nata tra le mani dei pastai della Costiera, specialmente quelli di Minori: i “Birboni“.
Un prodotto di recupero, fatto con gli scarti della lavorazione, con ciò che restava a fine giornata.
Una pasta che, a un certo punto, diventa perfino fuorilegge.
Vietata per motivi igienici, continua però a circolare sottotraccia, venduta quasi di nascosto.
Proprio per questo, diventa essenziale perché sfama chi non ha altro.
Quando questa pasta arriva in Calabria, cambia nome, ma non perde la sua anima.
Diventa la “Struncatura“.
In quella terra, che secoli prima aveva accolto una sirena, accoglie ora anche questa eredità povera e la trasforma in identità.
Mentre in Costiera Amalfitana questa pasta viene lentamente dimenticata, in Calabria diventa un simbolo.
Un piatto della memoria, della necessità, della dignità.
E oggi, ancora di più, un prodotto riscoperto, valorizzato, reinterpretato anche dalla cucina contemporanea.
Un filo che resiste nel tempo
Questo legame tra le due coste non si è mai spezzato.
Ho avuto modo di sentirlo in modo molto concreto qualche anno fa, durante un viaggio in Calabria. Sono andata nei luoghi dove sorgeva l’antica Terina, sulle tracce di Ligeia, e poi a Gioia Tauro, in uno dei negozi storici legati alla tradizione della struncatura.
Entrando lì dentro, ho avuto la sensazione che il tempo non fosse mai passato.
Oggi, a custodire questa memoria è la Ditta Torre di Gioia Tauro, fondata dai discendenti di Ferdinando Torre, un atranese che, come tanti suoi conterranei, si trasferì in Calabria nel 1919.
Con passione e rispetto per la tradizione, attualmente, Stefania Torre porta avanti questa attività, che è molto più di un’impresa familiare.
Continuando a vendere la struncatura nel formato da un chilo, nella carta, proprio come si faceva una volta.
La loro struncatura viene ancora realizzata in Campania, con materie prime italiane selezionate e secondo un’antica lavorazione.
Un equilibrio delicato, difficile da replicare.
Non a caso, in molti hanno provato a imitarla, ma pochi ne custodiscono davvero il segreto.
Una scelta profondamente simbolica, perché racconta un legame che attraversa il mare, il tempo e le storie.
È la storia di un’eredità.
In fondo, è come la storia che raccontano le Sirene.
Perché anche Ligeia, come questa pasta, non è mai scomparsa davvero.
Ha solo cambiato luogo, forma, voce.
Ma continua a vivere… tra queste due coste