Le spoglie della sirena Leucosia (Leukosia), “la bianca” o “colei dalle bianche membra”, furono trasportate dalla corrente fino al Golfo di Poseidonia (l’attuale Paestum) e precisamente su di un isolotto, la punta estrema di un promontorio nei pressi di Santa Maria di Castellabate, il quale venne battezzato in suo onore: Punta Licosa
(a cui sono particolarmente affezionata perché si trova sulla linea di orizzonte che vedo difronte casa mia. Fin da bambina, il suo profilo mi sembrava la testa di un delfino, il mio animale preferito. Un’altra curiosità in tal senso, è che anche lo scoglio più grande delle Sirenuse, il Gallo lungo, ha la forma di un delfino!).
Sul promontorio Enipeo, scagliata con violenza, Leucosia occuperà per molto tempo lo scoglio col suo nome, dove il rapido Is ed il vicino Lari versano le loro acque“
La memoria della Sirena Leucosia, onorata dalla popolazione locale fin dall’antichità, è testimoniata da una delle quattro porte di Paestum antica, chiamata Porta Serena ed aperta ad Oriente.
Come per le altre sorelle anche Leucosia è stata venerata come una dea e dove il mare ha adagiato le loro spoglie morenti, i luoghi hanno preso il proprio nome per far sì che il loro ricordo non fosse mai dimenticato.
Attualmente, durante la stagione estiva, si svolge presso l’isolotto di Punta Licosa una celebrazione musicale dedicata alla sirena suicida, i famosi “Concerti sull’acqua” di Santa Maria di Castellabate.
Ma come spesso capita, con il passare del tempo, le storie e i racconti subiscono modifiche e dimenticanze, in base anche ai gusti e alle mode del tempo. Purtroppo, anche la storia di Leucosia è stata soggetta a sostanziali cambiamenti, la più nota è ovviamente la versione ibrida di donna-pesce che perde tutte le proprie capacità soprannaturali e divinatorie.
Una favola simile a quella di Andersen che rese famosa, secoli dopo, la Sirenetta di Copenaghen, racconta che:
Leucosia fosse una bellissima sirena con la coda di pesce ed abitasse presso uno scoglio. Da lì, ben nascosta tra le onde, tutte le sere Leucosia osservava un uomo – un Principe – guardare il mare e le stelle in esso riflesse, affacciato dalla finestra del suo castello.
La sirena se ne innamorò perdutamente. Non le importava più di nulla. Divenne la sua ossessione! Ormai l’unica cosa che gli interessava era il suo amato, e non vedeva l’ora di ammirarlo furtiva e sognare il giorno in cui il suo incontro d’amore con lui potesse avverarsi.
Passarono gli anni e la speranza incominciava a sbiadire finché, un giorno, i suoi sogni si infransero del tutto nel vedere il suo Principe felice e sorridente, con una fotografia in mano che lo distraeva dal solito panorama che a lui piaceva guardare: si capiva, era innamorato… Aveva trovato l’amore… e non era lei!
Leucosia diede sfogo a tutta la sua pazzia: pianse disperatamente, si fece male, iniziò a urlare, a graffiarsi e a strapparsi i capelli. Il sangue scorreva copioso e tingeva le acque del mare di uno scarlatto che faceva contrasto con la sua carnagione candida.
Quando non ebbe più forze, si trascinò sull’isolotto lì vicino, staccò un pezzo di roccia dagli scogli e se lo conficcò nel petto. Quella piccola isola sarebbe poi stata chiamata Licosa, in sua memoria.
Il giorno dopo, il principe passeggiava sulla spiaggia dell’isola, finché non vide il corpo di Leucosia sporgere dagli scogli sotto cui era intrappolata la sua coda, che quindi non era visibile. Si avvicinò a lei e la guardò meravigliato e, allo stesso tempo, malinconico: “Che peccato, una così bella fanciulla … magari, in un’altra vita – disse, chiudendole gli occhi vitrei – ci saremmo potuti innamorare”.