Parthenope

La sirena che diede il nome a Napoli e diventò simbolo eterno della sua anima.
Sirena Partenope-Lamiadolcecostiera.com

In questa storia

Parthenope (o Partenope o Parthenia), il cui nome significa “la vergine” o “colei che ha l’aspetto di una fanciulla”, è la maggiore delle Sirene incantatrici narrate nell’Odissea.

Tra tutte è diventata la più celebre e simbolica, perché il suo nome si è legato indissolubilmente alla nascita stessa della città di Napoli.

Non è soltanto una figura mitologica: Parthenope è, in qualche modo, la madre simbolica della città.
Nel suo nome si riconosce ancora oggi l’identità di un popolo e di un luogo che, nei secoli, ha continuato a portarne l’impronta. Non a caso Napoli viene chiamata ancora oggi la città partenopea, e i suoi abitanti partenopei: un’eredità antichissima che affonda le radici nel mito e nella memoria collettiva.

È interessante osservare come proprio una figura femminile — una Sirena — venga posta all’origine della città. Napoli nascerebbe dunque sotto il segno di una presenza femminile potente e misteriosa: creatura capace di sedurre, incantare e affascinare, ma anche di generare simbolicamente una comunità e una cultura.

La leggenda narra che il corpo della Sirena, trasportato dalle correnti del mare dopo la sua morte, approdò sull’isolotto di Megaride. Alcuni pescatori rinvennero quel volto bellissimo ormai privo di vita e decisero di seppellirla proprio lì, nel luogo dove oggi sorge Castel dell’Ovo, quasi a custodire e proteggere la città che si andava formando.

Una versione più tarda del racconto narra invece che il corpo di Partenope non fu semplicemente sepolto, ma si dissolse lentamente, trasformandosi nel paesaggio stesso di Napoli: la sua testa sarebbe la collina di Capodimonte, mentre la coda si distenderebbe lungo il promontorio di Posillipo.

Così sarebbe nata Palepolis, la “città antica”, nucleo originario della successiva Neapolis, la “città nuova”.

A rafforzare la diffusione di questa antica leggenda vi è anche una delle fontane più curiose e famose di Napoli: la fontana della Spinacorona, detta anche “delle zizze”, fatta costruire nel XVI secolo dal viceré Don Pedro de Toledo. Si trova in via Giuseppina Guacci Nobile, nei pressi dell’Università.

Qui si trova la più antica raffigurazione conosciuta della Sirena Parthenope. La figura è rappresentata secondo l’iconografia arcaica, con corpo metà donna e metà uccello, mentre spegne simbolicamente le fiamme del Vesuvio con l’acqua salvifica che sgorga dai suoi seni.

Il gruppo scultoreo della fontana è attribuito a Giovanni da Nola ed è databile intorno al 1540, mentre le figure della Sirena e del Vesuvio su cui poggia sono molto più antiche e risalirebbero addirittura al XII secolo. La scultura oggi visibile è una copia: l’originale è conservato nei sotterranei gotici del Museo della Certosa di San Martino.

Un tempo, sopra la fontana, era presente una targa in marmo con l’iscrizione latina:
“Dum Vesevi Syrena Incendia Mulcet”, ovvero “mentre la Sirena placa gli incendi del Vesuvio”.

  • Una curiosità interessante è che Parthenope, con i seni zampillanti, compare anche in un’altra fontana famosa: quella situata in Piazza Duomo ad Amalfi. In un certo senso, la Sirena ritorna così simbolicamente nel suo mare.
    In questa fontana, dedicata al santo patrono della città, sacro e profano si mescolano in una rappresentazione molto suggestiva: in alto l’immagine sacra di Sant’Andrea apostolo inchiodato alla croce nel suo estremo sacrificio, mentre in basso appare la figura pagana della Sirena, quasi a rappresentare una sintesi simbolica tra morte e rigenerazione.

Ritornando a Napoli, si crede che Parthenope sia raffigurata anche nel busto della cosiddetta “Marianna ‘a Capa ’e Napule”, attualmente collocato a Palazzo San Giacomo (sede del Comune). Una copia si trova nell’atrio della chiesa di S. Giovanni a Mare. Si tratta di una statua risalente a circa duemila anni fa che, prima della sistemazione attuale, si trovava nei pressi di Piazza Mercato, dove ha resistito a vari danneggiamenti durante la rivolta di Masaniello (1647) e la Seconda Guerra Mondiale. Per il popolo napoletano è stata come una “mascotte”, si adornava e a lei si confidavano segreti. Fu chiamata Marianna nel 1799 durante la rivoluzione napoletana degli intellettuali giacobini e si rifaceva alla Marianne, simbolo della rivoluzione francese. Infine, dato che non è raffigurata esattamente una bella donna, i napoletani per esprimere questo concetto, hanno coniato il modo di dire: “Me pare Donna Marianna ‘a Capa ‘e Napule!

Altri omaggi alla bella Sirena si trovano in Piazza Sannazzaro, dove è rappresentata sulla sommità di una fontana, e sulla facciata del Teatro San Carlo, dove compare in un gruppo scultoreo intitolato proprio Partenope.

Le fonti più antiche ricordano che i coloni greci che fondarono la città veneravano la Sirena Parthenope come una vera e propria divinità protettrice, dedicandole anche un tempio.

Secoli dopo, nel 425 a.C., il navarca ateniese Diotimo, giunto a Napoli, trovò che gli abitanti celebravano riti funebri in onore della Sirena, tra cui una corsa con le fiaccole. Egli potenziò questa usanza istituendo le Lampadedromie napoletane, rendendole tra le feste più importanti del Mediterraneo.

A testimonianza della loro notorietà, l’imperatore Augusto incluse questa corsa con le fiaccole tra le competizioni sportive degli Italika Romaia Sebastà Isolympia, ben consapevole del valore simbolico di questo antico rituale legato ai miti fondativi della Neapolis greca.

Ancora oggi, i ritrovamenti archeologici emersi durante i lavori della Metropolitana di Napoli continuano a confermare le antichissime origini della città, riportando alla luce le sue profonde radici “partenopee”.

Nel corso dei secoli, queste radici mitologiche si sono intrecciate con le credenze popolari più antiche del popolo napoletano. Secondo alcune tradizioni, infatti, la Sirena Partenope sarebbe sepolta alle pendici di Pizzofalcone e, al tempo stesso, in un’antichissima chiesa del centro storico: Sant’Agnello a Caponapoli.

Del resto, a Napoli sacro e profano convivono senza confini netti: religiosità e paganesimo si mescolano da sempre in un intreccio continuo, dove il passaggio dalle antiche divinità greche ai santi protettori “specializzati” appare quasi naturale.

Nel corso del tempo, inoltre, la figura delle Sirene è stata oggetto di numerose reinterpretazioni.

Un’altra leggenda particolare narra che il poeta latino Virgilio, considerato nel Medioevo un esoterista e mago, nascose un uovo magico nei sotterranei del Castel dell’Ovo sull’isolotto di Megaride. Alcune versioni della storia, narrano che tale uovo fu deposto proprio da Partenope tra gli scogli di Megaride, prima di esalare l’ultimo respiro (questo rafforza la tesi di donna-uccello). Quest’uovo fu trovato da Virgilio che lo nascose in una caraffa di vetro piena d’acqua, sigillata e posta in una gabbia di ferro, a sua volta murata in una nicchia segreta dei sotterranei del castello. Da quel momento, protegge la città: se si rompesse, Napoli sprofonderebbe in mare tra innumerevoli sventure.

Nel Medioevo, con la diffusione del Cristianesimo, le Sirene perdono le ali — simbolo della caduta dell’anima — e iniziano a essere rappresentate con l’aspetto che conosciamo oggi: creature metà donna e metà pesce.

È interessante notare come, in molte raffigurazioni medievali, le Sirene siano rappresentate mentre allargano le estremità della coda, come accade nel celebre mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto.

Si tratta di un’evidente allusione simbolica alla seduzione e al peccato della lussuria, interpretato dalla morale cristiana come metafora dell’eccessivo attaccamento ai beni materiali e alle passioni terrene che allontanano da Dio.

Da quel momento in poi, la Sirena — come figura femminile — diventa progressivamente il simbolo della seduzione e del potere delle passioni, dell’istinto e del desiderio non mediati dalla ragione.

Il mito di Partenope e Vesuvio

Nel XIX secolo si diffuse un’altra variante del mito di Partenope, molto diversa dalle versioni più antiche tramandate dal mondo greco. In questa rilettura più tarda, tipica della sensibilità romantica dell’epoca, la Sirena non è più soltanto una creatura mitologica legata alla fondazione della città, ma diventa protagonista di una tragica storia d’amore.

Si raccontava, infatti, che Partenope abitasse le coste del golfo di Napoli. Un giorno si avvicinò a lei un centauro di nome Vesuvio.

Eros, il dio dell’amore, non esitò un attimo a fare il suo lavoro: scagliò il suo dardo e fece innamorare perdutamente Vesuvio e Partenope.

I due giovani vivevano felici del loro amore, finché il solito Zeus, a sua volta invaghito di Partenope, decise di separarli per sempre. Così il potente dio trasformò Vesuvio in un vulcano ai confini del golfo, in modo che la Sirena potesse continuare a vederlo per l’eternità, senza poterlo più toccare.

Ma Partenope non riuscì a sopportare l’idea di vivere lontana dal suo amato e, disperata, si tolse la vita. Le onde del mare trascinarono il suo corpo fino all’isolotto di Megaride che, secondo questa leggenda, assunse — al pari della sua bellezza — la forma di una città incantevole.

Il mito di Partenope secondo Matilde Serao

Matilde Serao, scrittrice e giornalista napoletana tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, raccontava una versione del mito molto diversa da quella più conosciuta.
Nella sua narrazione, infatti, Partenope non era più una Sirena, ma una semplice ragazza greca innamorata dell’eroe ateniese Cimone.

Il loro amore, però, era ostacolato dal padre della giovane, che l’aveva promessa in sposa a un altro uomo. Per sfuggire a quel destino, i due innamorati decisero di fuggire dalla Grecia e approdarono nel Golfo di Napoli. Qui poterono finalmente vivere liberamente il loro amore.

Col tempo, anche le loro famiglie li raggiunsero, dando così origine al primo popolamento della città. Secondo questo racconto, Partenope diede alla luce dodici figli, diventando simbolicamente la madre del popolo napoletano.

Ma l’aspetto più suggestivo di questa leggenda riguarda il destino della giovane. Secondo Matilde Serao, infatti, Partenope non è mai morta: continua a vivere accanto al suo popolo, come presenza eterna della città.

La scrittrice lo racconta in modo poetico nelle sue Leggende napoletane (del 1835):

La tomba della Sirena Partenope
O Sole che passi nel segno del mese di gennaio, generatore di tutti i beni, proteggi felicemente Partenope
Se interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Parthenope è sull'altura di San Giovanni Maggiore, dove allora il mare lambiva il piede della montagnola (…) Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni.(…) E' lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori (…) Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l'amore.
Napoli è la città dell'Amore.

Nella rilettura di Matilde Serao, Partenope non è più una creatura metà donna e metà uccello o pesce, ma una giovane donna innamorata, capace di incarnare l’anima stessa della città.

Il mito, quindi, non scompare: semplicemente si rinnova.

È proprio questa capacità di trasformarsi che permette alle leggende di sopravvivere nei secoli. Cambiano i dettagli, cambiano le interpretazioni, ma resta intatto il loro significato più profondo. Così Partenope continua a vivere nell’immaginario collettivo, non soltanto come figura mitologica, ma come simbolo eterno dello spirito di Napoli e del legame indissolubile tra la città, il mare e le storie che da millenni si raccontano sulle sue rive.

Partenope e la Pastiera di grano

Come per ogni figura femminile raccontata in questo blog, anche alla sirena Partenope ho voluto dedicare un piatto che, in qualche modo, richiami la sua essenza e la sua storia.

In questo caso la scelta è stata particolarmente semplice, perché una leggenda affascinante lega proprio a lei la nascita di uno dei dolci più iconici della Campania — e di Napoli in particolare: la pastiera di grano.

Si narra che Partenope fosse rimasta così incantata dalla bellezza del Golfo di Napoli da decidere di stabilirvi la propria dimora. Con l’arrivo della primavera, la sirena era solita emergere dalle acque per offrire alle genti del luogo il suo canto melodioso.

Gli abitanti, affascinati e riconoscenti per quella voce così soave, decisero di omaggiarla con sette doni, portati da sette tra le più belle fanciulle del villaggio.

Ogni dono aveva un significato preciso:

  • La farina, simbolo della forza e della ricchezza della campagna.
  • La ricotta, dono dei pastori e delle loro pecore.
  • Le uova, emblema della vita che si rinnova.
  • Il grano bollito nel latte, che unisce e rappresenta i due regni della natura: quello vegetale e quello animale.
  • L’acqua di fiori d’arancio, offerta per racchiudere i profumi della terra campana.
  • Le spezie, che evocano i popoli lontani e i loro viaggi.
  • Infine il miele, simbolo della dolcezza ineffabile che sgorgava dal canto della Sirena.

Partenope, colma di gioia per quei doni preziosi, si inabissò nelle profondità del mare per fare ritorno alla sua dimora cristallina e depose le offerte ai piedi degli dei.

Gli dei, a loro volta affascinati dalla dolcezza del suo canto, mescolarono con arte divina tutti quegli ingredienti, creando un dolce così straordinario da superare perfino la dolcezza della voce della sirena: la prima Pastiera.

Secondo alcune versioni della leggenda, fu proprio Partenope a unire quei sette ingredienti dando origine al dolce.
Secondo altre, invece, il merito della creazione spetterebbe agli dei.

Qualunque sia la verità, una cosa è certa:
le origini della pastiera sono antichissime e con ogni probabilità, affondano le loro radici nei riti e nelle tradizioni del mondo ellenico.

Si ipotizza infatti che una forma primitiva di questo dolce venisse preparata durante le feste pagane che celebravano il ritorno della primavera oppure che facesse parte delle offerte votive portate in processione dalle sacerdotesse nei culti dedicati a Demetra, dea del grano e della fertilità della terra, venerata nella Neapolis greco-romana insieme ad Apollo e ai Dioscuri Castore e Polluce.

Con il passare dei secoli, la preparazione della pastiera ha poi assunto nuovi significati, intrecciandosi con la tradizione cristiana fino a diventare uno dei simboli della rinascita e della Resurrezione pasquale.

Per chi vuole scoprire altre meravigliose storie legate a questo dolce ricco di storia e tradizione… e conoscere anche la mia ricetta della pastiera, continui la lettura nella scheda correlata.

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