L’intreccio delle palme!

La memoria di un’arte antica che vive nei ricordi della mia famiglia
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Inevitabilmente, scrivere questo post mi riporta alla mente tanti ricordi legati alla mia famiglia e a una parte importante della nostra vita insieme.

Circa un mese prima della Domenica delle Palme, tutto ruotava attorno a questa antichissima arte.
Le nostre giornate cambiavano ritmo, scandite da gesti ripetuti, da mani che lavoravano senza sosta, da un impegno totale che coinvolgeva tutti.

In questo racconto, dopo aver accennato brevemente alla storia e alla natura di questa lavorazione, voglio soffermarmi soprattutto sui miei ricordi e sul ruolo fondamentale che le donne hanno avuto in questo tipo di artigianato.

Non nascondo che uno dei miei desideri più grandi è quello di poter scrivere, quanto prima, un libro dedicato proprio a questa tradizione.
Perché oggi siamo davvero in pochissimi a conservarne memoria e manualità e lo dico con rammarico.

Si tratta di un sapere antico, tramandato per secoli esclusivamente attraverso le mani e la voce, senza supporti scritti.
Proprio per questo motivo, è ancora più fragile.

È necessario, quasi urgente, cercare di ricostruirne le origini attraverso le poche fonti storiche disponibili, spesso frammentarie e difficili da interpretare.

Sento profondamente che custodire e preservare la memoria delle palme intrecciate della Costiera Amalfitana non sia solo un desiderio, ma un dovere.

Lo devo, prima di tutto, a mio padre, Mario Carbone.

È stato l’ultimo vero “palmaro”:
un uomo che conosceva profondamente questa tradizione, ricevuta in eredità da chi lo aveva preceduto, e che ha continuato a praticarla con tenacia e ostinazione, senza mai arrendersi
.

Fino a quando le forze glielo hanno permesso.

Soprattutto, però, mio padre ha fatto qualcosa di ancora più importante: l’ha trasmessa.

A noi figli e a chiunque fosse disposto ad imparare.

Cosa sono le Palme intrecciate?

Le palme intrecciate rappresentano una forma di artigianato unica e affascinante, le cui origini si perdono in un passato lontanissimo, quando fede e creatività si incontrarono dando vita a creazioni di grande valore simbolico e artistico.

Si tratta di rami di palma bianche, le cui foglie vengono intrecciate creando forme decorative e con riferimenti religiosi. Un’arte nata esclusivamente per la Domenica delle Palme, in memoria dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme.

Non esiste una ricostruzione storica precisa di questa tradizione.
L’ipotesi più accreditata è che si tratti di una delle tante contaminazioni tra la cultura medio-orientale e quella europea, nate grazie agli intensi scambi commerciali e culturali che, per secoli, gli abitanti dell’antica Repubblica Marinara di Amalfi intrattennero con i popoli del Mediterraneo.

Un impulso importante potrebbe essere arrivato proprio durante il periodo delle Crociate, quando tradizioni e usanze orientali si intrecciarono con il credo cristiano.
La Costiera Amalfitana, del resto, fu terra di Cavalieri: basti pensare al Beato Fra’ Gerardo Sasso, nobile di Scala e fondatore a Gerusalemme dell’Ordine degli Ospitalieri, da cui ebbe origine il più noto Ordine dei Cavalieri di Malta.

Conca dei Marini
è l’unico paese della Costiera in cui questa tradizione sopravvive ancora.

Le palme intrecciate non sono però una prerogativa della Costiera.
Esistono tradizioni simili in diverse zone d’Italia: tra le più note ci sono i Palmureli della Riviera Ligure, anch’essi di origine medievale e legati alle Crociate.
Ciò che cambia è la tecnica, l’intreccio, lo stile: ogni territorio conserva una propria identità, fatta di gesti e significati da preservare e custodire.

In un passato non troppo lontano, nel periodo che precedeva questa ricorrenza, per circa un mese intero quasi tutta la popolazione del paese era coinvolta in questa lavorazione.

Le maggiori richieste arrivavano da numerose chiese della provincia di Napoli e dei territori limitrofi.
Le palme bianche intrecciate erano particolarmente richieste dalle Confraternite e dalle Congreghe, un tempo numerosissime, e dal clero, mentre il popolo generalmente faceva benedire rami d’ulivo.

Il lavoro era così intenso che spesso si ordinavano rami di palma, chiamati “làttari”, dalla Sicilia e perfino dalla Tunisia.

Eppure, tra Praiano e Conca dei Marini, quasi ogni appezzamento di terra conservava un piccolo spazio dedicato alla coltivazione delle palme.

Le piante venivano legate fino alla cima, assumendo una forma cilindrica, affinché i germogli all’interno rimanessero teneri e di colore chiaro, protetti dalla luce e quindi dal processo di fotosintesi.

Venivano aperte una sola volta l’anno, per prelevare i rami più giovani, e poi richiuse immediatamente, così da permettere una nuova crescita per l’anno successivo.

Una parte delle lavoratrici, per circa due settimane, si trasferiva addirittura a Napoli, dove intrecciava i rami già selezionati dal palmaro, figura centrale di questa tradizione.

Era lui che, oltre a “cacciare“, cioè a prelevare i rami di palma attraverso un duro lavoro di raccolta che durava alcune settimane, dopo lavorava al taglio di questi rami (làttari). Con precisione ed esperienza, contava le foglie di ogni ramo per tagliarlo in diversi pezzi, pronti per essere intrecciati.
Dove mancavano le foglie, con una tecnica specifica, aggiungeva una o più foglie, ottenendo le diverse strutture destinate agli intrecci.

Non si lavorava mai a caso.
Ogni forma seguiva schemi tramandati di generazione in generazione, ognuno con un preciso significato religioso.

Tra le più diffuse troviamo:

  • “’a pagnotta”, simbolo della colomba pasquale
  • “’a frasca ’e chiesa”, che richiama i calici liturgici
  • “’a spiga ’e grano”, una spiga di grano
  • “’a panarella”, un piccolo cestino
  • “’e crocette”, simbolo del crocifisso

Le dimensioni delle palme intrecciate variavano notevolmente: si andava da creazioni molto piccole fino a strutture più grandi e complesse, realizzate per le celebrazioni più importanti.

Il lento declino della tradizione

Con il passare degli anni, questa antica tradizione ha iniziato lentamente a scomparire.

Le cause sono diverse, e tutte profondamente legate ai cambiamenti sociali ed economici.

Innanzitutto, si tratta di un lavoro stagionale, concentrato in un periodo molto breve dell’anno e legato a una sola ricorrenza.
Un’attività che, da sola, non può sostenere un’economia familiare.

Con il miglioramento delle condizioni di vita, inoltre, è venuta meno la manodopera.
Sempre meno persone hanno sentito la necessità — o forse la volontà — di dedicarsi a un lavoro così faticoso, poco remunerativo e concentrato in poche settimane.

A questo si è aggiunto un cambiamento nei committenti.
Con la progressiva scomparsa delle Confraternite, che un tempo rappresentavano il cuore di questa tradizione, il lavoro è passato nelle mani dei fiorai, trasformandosi sempre più in un prodotto commerciale.

Il compenso, però, non è mai stato proporzionato alla fatica richiesta.
Soprattutto nella fase più dura: la raccolta dei làttari, che richiede forza, esperienza e grande abilità.

E poi è arrivato quello che, per molti, è stato il colpo finale:
Il punteruolo rosso, un insetto devastante che ha distrutto gran parte delle palme da dattero presenti sul territorio, compromettendo definitivamente una tradizione già fragile.

Eppure, nonostante tutto, resta una speranza.

Quella di trovare il modo, uno o più modi, per salvare questa eredità, per non perderla del tutto, per far sì che possa essere ricordata e tramandata alle generazioni future.

Perché le palme intrecciate non sono solo un mestiere.

Sono un patrimonio culturale.
Una memoria viva.

Una parte dell’identità di Conca dei Marini e dell’intera Costiera Amalfitana.

Tra tradizione e ribellione: i miei ricordi delle palme intrecciate

Dopo aver raccontato in cosa consiste questa antica lavorazione, voglio condividere qualche ricordo e aneddoto legato alle palme intrecciate.

Sono ormai tanti anni che non le facciamo più, per tutte le ragioni che ho spiegato prima.

Finché mio padre è stato in salute, però, ha cercato con ostinazione di non smettere.
Nei suoi occhi vedevo tutta la memoria della famiglia: i suoi genitori, suo nonno, le generazioni che si erano tramandate questo sapere. Sentiva su di sé il peso di una responsabilità che, inevitabilmente, ricadeva anche su di noi, fin da piccoli.

Noi, però, avevamo la scuola, i nostri impegni, una vita che crescendo chiedeva spazio.
Ma per lui non esistevano alternative: era un obbligo a cui non potevamo sottrarci.

Per un mese la nostra vita si fermava.
Entravamo in una sorta di “clausura” domestica: scuola, compiti (da finire in fretta) e poi solo lavoro. Nient’altro.
Quando cercavamo di spiegare ad amici o fidanzati che per un mese non potevamo uscire, ci guardavano increduli, senza capire davvero.

Il problema era anche la quantità di lavoro, enorme e concentrata in un tempo limitato.
Le palme sono foglie: hanno una freschezza breve, poi seccano. E poi c’erano le committenze: mio padre sapeva esattamente quanti pezzi dovevano essere realizzati ed erano migliaia!
Ogni giorno, noi donne di casa, mia madre, io e mia sorella, insieme ad un paio di donne del paese, avevamo una quota precisa da completare.

Con il passare degli anni, tutto questo era diventato sempre più faticoso.
Le lavoratrici di un tempo non c’erano più, e noi dovevamo colmare quel vuoto.

Eppure, un tempo, era diverso.

Mi hanno raccontato che “quanno ce steva ’a famm”, quando c’era bisogno davvero, le donne erano felici di imparare a intrecciare le palme: significava almeno assicurarsi un pasto caldo.

La casa si riempiva di donne e ragazze.
Chi con mani esperte e veloci, chi alle prime armi. Si lavorava insieme, tra voci, risate e richiami continui del “palmaro” che perdeva il conto delle foglie, cosa che succedeva spesso anche a mio padre, quando ci chiedeva di stare zitte!

Mia nonna, che era di Agerola, non aveva mai imparato questa lavorazione. Non ce n’era bisogno: le donne erano tante e il suo compito era un altro, fondamentale. Era addetta alla cucina, per sfamare ogni giorno la famiglia e tutte le lavoratrici che venivano a casa.

Col tempo ho capito che c’era anche una sorta di pregiudizio, forse una forma di esclusività, nei confronti delle donne non conchesi “purosangue”, considerate meno adatte a questo lavoro.

Lo dico perché anche mia madre, che era di Agerola come mia nonna, non aveva mai imparato.
Per anni non intrecciò palme, anche quando ce ne sarebbe stato bisogno.

Ricordo bene quando fui io stessa a farle da maestra!
Avevo imparato semplicemente osservando, grazie a una mia naturale predisposizione per i lavori manuali, e fu quasi una piccola rivincita.

Nei piccoli paesi si vive anche di questi equilibri sottili, fatti sia di tradizioni che di chiusure mentali.

Sono cose che ho sempre sentito strette.
E forse è anche per questo che è nato il blog: per raccontare il mondo femminile, ma anche per dargli voce.

Da ragazza non capivo perché quel lavoro fosse quasi esclusivamente femminile.
E crescendo, ho iniziato a mettere in discussione tutto ciò che mi sembrava imposto.

Da adolescente, affrontavo spesso mio padre.
Chiedevo più libertà, rivendicavo diritti… Anche quello, semplice ma fondamentale, di non lavorare gratuitamente!

Ero la “ribelle” di casa, quella che non stava mai zitta.
Quella che aveva il coraggio di rispondere.

Lui si arrabbiava, si infervorava… ma mi ascoltava.
Diceva che avevo il suo stesso carattere.

Alla fine, come una piccola sindacalista in erba, riuscii a ottenere qualcosa: la gestione autonoma delle “panarelle”, una lavorazione secondaria, ma tutta nostra.
E soprattutto, con un piccolo compenso.

Una soddisfazione, più simbolica che economica, ma importante.

La semplicità della tavola… e il profumo delle sfogliatelle

Non esiste un piatto specifico legato alle Palme intrecciate.
Erano giorni intensi, in cui il tempo per cucinare era poco, e servivano preparazioni semplici, sostanziose, capaci di nutrire tutta la famiglia senza troppe complicazioni.

Per questo, ho scelto di associare a questo racconto una semplice “pasta e fagioli”.
Un piatto quotidiano, essenziale, che rappresenta bene quel periodo (tra l’altro eravamo nel pieno della Quaresima).

I legumi erano protagonisti della nostra tavola anche per un altro motivo: li coltivavamo noi e ne avevamo in abbondanza.

Eppure, c’è un ricordo “dolce” che si lega a queste giornate di lavoro.

Alla fine della lavorazione, il sabato, quando si portavano le palme intrecciate a Napoli, al ritorno a casa c’era sempre una piccola festa.

Mio nonno prima, e poi mio padre, si fermavano a comprare per noi tutti, una grande guantiera di sfogliatelle calde

quella bontà profumata e croccante, sanciva la fine di tanta fatica ed era la ricompensa più bella!

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